giovedì 11 settembre 2014

#NewU2Album #SongsofInnocence

http://www.storie.it/musica/u2-arriva-songs-of-innocence-con-la-benedizione-della-apple-ascoltalo-e-guarda-la-presentazione-live/

venerdì 18 aprile 2014

Francia ’98: Maldini padre e figlio, Zidane, il mistero Ronaldo e…

Dopo quattro anni si torna sulla sponda orientale dell’Atlantico, nel cuore della vecchia Europa. La Francia, con una smodata voglia di grandeur calcistica, ospita la sedicesima edizione dei mondiali con una squadra forte, ambiziosa e matura. UN’ITALIA ALL’ALTEZZA. L’Italia di Cesare Maldini, catenacciaro di vecchio stampo e papà del capitano Paolo, ha una rosa più che discreta: la difesa si compone di marcatori rocciosi (Cannavaro e il trentacinquenne Bergomi) e interpreti di classe (Nesta e Paolo Maldini); l’attacco può contare sulla potenza di Vieri e sulla tecnica sopraffina di Del Piero e Roberto Baggio, reduci da un campionato strepitoso. Il centrocampo ha buoni gregari mentre la capacità di costruire gioco è affidata ad Albertini e Di Biagio. Nonostante questo, non siamo tra i favoriti: un po’ per il valore assoluto degli avversari, Brasile e Francia su tutti, un po’ per il gioco esibito dagli azzurri, limitato a schemi elementari che trovano efficacia nei lanci verticali che passano per le posizioni di Di Biagio...

Per leggere tutto il brano:
http://www.storie.it/mundial/francia-98-maldini-padre-e-figlio-zidane-il-mistero-ronaldo-e-giorgiana/
 

lunedì 31 marzo 2014

USA ’94: Kerouac, il Divin Codino e…

Nel frattempo, anche la nazionale è arrivata negli Usa carica di aspettative. Il presidente federale Matarrese ha pronosticato una finale col Brasile. Sacchi, voluto fortemente proprio dal costruttore barese per riproporre con l’Italia il calcio stratosferico del primo Milan berlusconiano, non è ancora riuscito a plasmare appieno il gioco degli azzurri ma conta di poter lavorare bene nei dieci giorni precedenti l’esordio con l’Irlanda. Che avviene alle quattro del pomeriggio del 18 giugno al Giants Stadium di East Rutherford – New Jersey, nel caldo opprimente della East Coast. È sabato e, non essendoci lezioni, posso vedere la partita senza problemi. Scendo nel bar dell’albergo, ordino una Budweiser e prendo posizione. Oltre a me, altre due persone, evidentemente non interessate al calcio, chiacchierano sottovoce dei fatti loro. La gara si mette subito male: dopo appena undici minuti siamo sotto con un tiro da fuori area di Houghton che sorprende Pagliuca fuori dai pali. Immagino una reazione che però è flebile e improduttiva. I carichi di lavoro imposti da Sacchi per arrivare in condizione nella seconda fase del torneo e il caldo debilitante del Giants Stadium tagliano le gambe ai nostri giocatori. Finisce 1-0 per i verdi d’Irlanda. Sono di umore nero: ora per gli azzurri la strada è in salita.

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martedì 25 febbraio 2014

Gli U2 di nuovo on the roof

Per non deludere i fan, in attesa da ormai cinque anni di un nuovo lavoro registrato in studio, Bono e compagni hanno prima rilasciato “Ordinary Love” e, in questo mese, il nuovo singolo “Invisible”.
Il 17 febbraio hanno accompagnato l’esordio del Tonight Show condotto da Jimmy Fallon con una esibizione open air al 71° piano del Rockfeller Building, sede della NBC, in un tramonto newyorkese da brividi, aria pungente e ricordi d’America di quasi trent’anni fa, quando, abbracciato per la prima volta il successo planetario, decisero di registrare il video di “Where the Streets Have No Name” sul tetto di uno stabile di Los Angeles.

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Le notti magiche di Totò Schillaci

I mondiali di Italia ‘90 iniziano oggi e si protrarranno per un mese esatto. I lavori di ristrutturazione o rifacimento degli stadi si sono svolti nella più classica delle tradizioni italiane: spese lievitate in corso d’opera, appalti e subappalti nei quali poter infilare imprese legate ai politici, ritardi con conseguente rush finale per arrivare pronti all’appuntamento, con inevitabile scadimento della qualità dei lavori. Ma alla fine l’8 giugno il paese è pronto per il calcio d’inizio, che verrà dato allo stadio Meazza di Milano tra l’Argentina campione del mondo e i leoni indomabili del Camerun. Gli africani, nella sorpresa generale, picchiando duro per tutta la partita, finita in nove a seguito di due espulsioni, si aggiudicano il match. Per Maradona e compagni non è un buon presagio, dal momento che anche nella partita di apertura del mundial spagnolo, giocata sempre da campioni in carica, persero con lo stesso risultato di 1-0 contro il Belgio e furono eliminati al secondo turno.

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giovedì 10 novembre 2011

Carpi 2011

Per la maratona autunnale quest’anno non sapevamo cosa decidere: New York e Chicago erano da escludere per motivi di budget, ad Amsterdam eravamo già stati nel 2010 mentre Venezia aveva esaurito i pettorali prima del mese di luglio. Io spingevo per una maratona in ottobre perché, con l’ora legale, è possibile allenarsi anche il tardo pomeriggio. Andando più in là (Torino, Palermo, Firenze, tutte a novembre) l’ultimo mese di preparazione avrebbe comportato la necessità di correre al buio, con tutti i disagi che comporta farlo in una grande città. Con questi presupposti il cerchio delle possibili scelte si restringeva molto. Di fatto bisognava scegliere tra Carpi (9 ottobre) e Lago Maggiore (16 ottobre). Certo, maratone non altisonanti ma per quest’anno ci potevamo accontentare di considerare solo l’aspetto sportivo senza pensare anche a quello escursionistico. Considerando che sul Lago Maggiore era la prima volta che veniva organizzata una gara sulla distanza dei 42 chilometri e, soprattutto, che il percorso non era dei più pianeggianti, alla fine la scelta è caduta su Carpi: in pianura, quindi veloce (o meno faticosa, a seconda dei punti di vista) è non troppo avanti come periodo dell’anno. Scelta maturata tardi, nella seconda metà di luglio, quando già sarebbe stato il caso di cominciare ad allungare le percorrenze dei lunghi e a modulare gli allenamenti secondo tabelle di preparazione mirate all’obiettivo finale.Ma poco importava: alla fine eravamo arrivati a decidere. Anche quest’anno, durante l’estate, avremmo avuto in qualche angolo della testa uno spazio occupato del pensiero che, di lì a qualche settimana, avremmo dovuto correre 42 chilometri. E’bello avere un obiettivo da perseguire: raggiungibile e sfidante. Per me la maratona è diventato un obiettivo raggiungibile quattro anni fa. Ogni volta è sfidante perché, in funzione della prestazione precedente, è possibile calibrare un risultato migliore da ottenere. E’ uno sport che non fa sconti: un atleta con un minimo di esperienza alle spalle e di conoscenza del proprio fisico e delle proprie potenzialità, sa a che risultato può ambire e cosa deve fare per raggiungerlo. La performance si costruisce giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, ed alla fine quello che rimane impresso sul cronometro al termine della gara è, al netto degli imprevisti (infortuni, malattie, impedimenti lavorativi o familiari), il risultato di un’equazione quasi matematica derivante dal lavoro svolto nei mesi precedenti. Questo per dire che, appena presa la decisione, la prima cosa da smarcare era quella di stilare un programma di lavoro che, in funzione del tempo disponibile, fosse in grado di ottimizzare il risultato finale. Per la verità, quest’anno di tempo non ce n’era molto: oltre al fatto che la decisione era stata presa tardi, c’erano di mezzo le vacanze estive che, a differenza degli anni precedenti, si sarebbero svolte all’estero in luoghi dove non sarebbe stato facile seguire una tabella di allenamenti. In altre parole, era necessario concentrare in un mese e mezzo la preparazione per rimanere sotto le quattro ore. Di più, per me, sarebbe stato utopistico immaginare.Settembre era andato abbastanza bene: tre allenamenti a settimana, conditi da cross training nei giorni intermedi, e tre lunghi da 26, 34 e ancora 26 chilometri, oltre alla partecipazione ad una mezza maratona dal percorso impegnativo. Insomma, ero riuscito a rispettare la tabella che mi ero preparato da solo e potevo guardare al 9 ottobre con cauto ottimismo: avrei potuto provare ad abbassare il mio personale di 3 ore e 59 minuti, anche se non di molto.Ed eccoci finalmente pronti a partire. Sabato mattina, 8 ottobre, ci diamo appuntamento sotto casa di Francesco, il commercialista della spedizione. Con me e lui Gregg, insegnante di inglese, e Andrea, aitante direttore marketing di una grande multinazionale giapponese. Precisi alle 9, come ogni runner che si rispetti, riempiamo in ogni spazio il bagagliaio della macchina di Andrea e partiamo in direzione A1. La giornata è splendida: cielo terso e tepore primaverile, che le previsioni dicono che si manterranno anche domani. Siamo moderatamente allegri, non incontriamo traffico e chiacchieriamo per tutte le quattro ore di viaggio toccando i più disparati argomenti. Giunti a Carpi, con l’ausilio delle indicazioni raccolte sulle pagine web di Tripadvisor, parcheggiamo la macchina e ci rechiamo in uno dei migliori ristoranti della città. Pranzo divino: prosciutto di Parma gustosissimo, primo, crostata e caffè. Per soli 25 euro. Poi andiamo a ritirare i pettorali, facciamo il check-in in albergo e quindi un sopralluogo nella zona del traguardo, per fortuna a soli 200 metri da dove siamo alloggiati. Passeggiata sotto i portici e cena poco fuori città, ancora abbondante e deliziosa.Siamo così alla mattina della gara. La sveglia suona presto, alle sei, perché i pullman si muovono alle sette per portarci alla partenza di Maranello. Colazione con caffè, succo d’arancia, fette biscottate e marmellata. Si parte. La mattina è ancora tenue, ma l’assenza di nubi e le previsioni metereologiche ci confermano che sarà una buona giornata. All’arrivo dovrebbero esserci 19 gradi, temperatura ottimale per correre. Sul pullman mi rilasso, anche se comincio ad avvertire qualche farfalla nello stomaco, segno inequivocabile che siamo arrivati al momento in cui si deve fare sul serio. A Maranello c’è un grande salone coperto dove si può aspettare riparati l’ora della partenza. Io, Francesco e Andrea occupiamo un angolo vicino al portellone di un’uscita d’emergenza. Ci sediamo per terra e poggiamo le borse. Ho gli adduttori un po’ contratti: nell’ultima settima ho fatto un allenamento di troppo, anche se blando, e probabilmente i muscoli ne hanno risentito. Per ovviare prendo il Bengai e mi cospargo le cosce di crema. Forse esagero, perché sento la pelle bruciare un po’ troppo. Ma almeno partirò ben riscaldato.All’esterno ci sono i bagni chimici. Un ultimo passaggio prima della partenza ci vuole. Esco dal salone con Andrea per fare la fila, lasciando a Gregg, che nel frattempo ci ha raggiunti, l’incombenza di controllare le borse che dovranno essere consegnate prima della partenza, contenenti tutto il materiale che serve per la gara e nelle quali si depositano tuta e giubbotto da indossare all’arrivo. La fila è abbastanza lunga e, soprattutto, non scorre bene. Sono le 8,20 passate quando Andrea esce dalla coda chiedendomi di mantenergli il posto: vuole andare a sistemare la sua borsa presso i camion che le trasporteranno tutte all’arrivo. Io lo farò dopo di lui. Passano due, tre, cinque minuti: la fila è molto lenta e comincio a spazientirmi. Vedo Andrea in lontananza che torna verso me con passo trafelato e sguardo un po’ preoccupato. “Che è successo?” gli chiedo. “Gregg ha consegnato anche la tua borsa. E’ un problema?”E’ un problema?!? Santa la Madonna se è un problema! Nella borsa avevo tutto quello che mi serviva per la gara: maltodestrine, occhiali per il sole, soldi in caso di emergenza. Per non parlare del fatto che avrei dovuto metterci dentro gli indumenti di ricambio, che ora indosso. Sento la lama fredda della disperazione calarmi sulla schiena, ogni singola vertebra. Pazienza per gli occhiali da sole, pazienza se dovrò buttare un vecchio giubbotto e la tuta (oddio, la tuta è nuova e bella, per cui mi darebbe fastidio doverla abbandonare). Ma non posso correre 42 chilometri senza maltodestrine. Vedo le settimane di allenamento bruciate per una stronzata del genere e non riesco a capacitarmene. “Aspetta” mi fa Andrea ben capendo il problema “vado a parlare con quello del camion per vedere se riesce a recuperare la tua borsa”. Lascio la fila e lo seguo di corsa. Arriviamo insieme al camion dove è stata lasciata la mia borsa e cominciamo a chiedere se, tramite il numero del pettorale, è possibile recuperarla. La risposta è inesorabilmente negativa: troppe le sacche che si sono già accumulate, è impossibile avere il tempo per ripescare la mia, considerando anche che le consegne stanno continuando. Riusciamo solo a convincere il responsabile del servizio a mettere da parte la mia tuta e il mio giubbotto con l’accordo che, quando le consegne saranno ultimate, gli addetti cercheranno la mia borsa con calma e ci metteranno dentro gli indumenti. E’ qualcosa.Dopo la disperazione, adesso provo rabbia. Santo Dio, ma come è possibile aver fatto una cazzata del genere? Come ha potuto pensare Gregg di farmi una cortesia a consegnare la borsa quando non poteva non sapere che lì dentro avevo tutto quello che mi serviva? O, quanto meno, dove pensava che avrei messo la roba da indossare dopo l’arrivo? Cerco di calmarmi e razionalizzare la situazione: il balletto disperazione-rabbia non mi porterà da nessuna parte, facendomi solo consumare energie nervose. Devo prendere atto della nuova situazione che si è venuta a creare e affrontarla di conseguenza; capire dove, e come, posso mettere una toppa. La prima cosa che mi viene in mente è quella di cercare dei succedanei per le maltodestrine, la cosa più indispensabile di quelle che non ho a disposizione. Mi guardo intorno: non mi va di chiedere niente a nessuno. Cerco un bar nelle vicinanze e lo individuo a poca distanza dai bagni chimici. Corro dentro con l’idea di prendere dello zucchero ma, una volta entrato, adocchio delle bustine di miele, ancora più indicato sia per componenti nutrizionali che per velocità di assorbimento da parte dell’organismo. Ne sono rimaste due: le afferro velocemente e le metto nei taschini dei pantaloncini. Questo riesce a consolarmi in parte: so che in gara avrò la possibilità di assumere qualcosa di energetico quando la fatica comincerà a farsi sentire. Esco dal bar e non trovo più nessuno dei miei compagni di viaggio. Mancano ormai dieci minuti alla partenza e ognuno sarà andato a prendere la sua posizione. Devo fare altrettanto, per cui mi dirigo verso le griglie dove i concorrenti vengono aggregati in relazione al loro numero di pettorale. La mia dista dalla linea dello start un centinaio di metri. Riesco a vedere davanti a me i palloncini colorati dei pace maker e trovo velocemente quelli arancioni, che daranno il ritmo per chiudere in quattro ore e dietro ai quali cercherò di inserirmi. Sono solo coi miei pensieri, a dire il vero ancora rabbiosi: cerco di convogliare questa energia negativa in uno stimolo a far bene, a superarmi, a dare il massimo per battere lo sgradevole imprevisto. Per fortuna non manca troppo tempo… Ci siamo: sento lo speaker alzare la voce, ecco lo sparo. I runners davanti a me cominciano lentamente a muoversi fino a sciogliersi in una massa fluida che invade le strade di Maranello per abbandonarla nel giro di una decina di minuti. La mia maratona ad handicap è appena cominciata. Il mio primo obiettivo è quello di unirmi ai pace maker delle quattro ore. Li aggancio al terzo chilometro e mi lascio guidare dal loro passo: da ora in poi dovrò stargli sempre dietro, sperando di poterli abbandonare al quarantesimo chilometro per lanciare lo sprint finale. La giornata è esattamente come da previsioni: cielo terso e sole, con un leggero venticello che soffia da nord. L’aria è ancora piuttosto fresca, ma al sole si sta molto bene. Il percorso è piatto e senza asperità attraversa la pianura che risalta di colori. Dopo i primi dieci chilometri immagino di sentir girare le gambe da sole, ma non è così: mi fa fatica tenere il ritmo, seppur lento, dei pace maker, segno che ho gestito male gli allenamenti di quest’ultima settimana. In particolare sento gli adduttori duri ma cerco di non pensarci. Mi concentro sui pace maker e la loro andatura.Anche Gregg sta correndo dietro a loro. Quando mi vede mi saluta e, sentendosi probabilmente in colpa, mi dice subito che Francesco a Andrea gli hanno lasciato una bustina di maltodestrine per me. Lo ringrazio, dicendogli che gliela chiederò intorno al trentesimo chilometro. Intorno al diciassettesimo chilometro entriamo a Modena. Il percorso prevede di attraversare il cortile dell’Accademia Militare, con tanto di tappeto rosso e cadetti in divisa che ci applaudono. Insieme all’arrivo, il momento più emozionante di questa maratona.Fuori Modena ricomincia la traversata della pianura. Ai lati della strada solo due file di alberi circondate da campagne coltivate. I pace maker sono bravi, stanno appresso a tutti i componenti del gruppo, creando allegria e distrazione dalla fatica, dando consigli su come gestire gli sforzi. Al ventiseiesimo chilometro la testa comincia a lamentarsi: l’eccessiva rigidità muscolare delle gambe incrementa l’affaticamento e anticipa le prime crisi di stanchezza. Cerco di non pensarci, di seguire come un segugio i pace maker ma comincia ad essere dura.Al trentaduesimo chilometro sento di aver bisogno di zuccheri. Mi giro verso Gregg, che sta qualche metro dietro di me:”Gregg, puoi darmi la bustina che ti hanno lasciato Andrea e Francesco?”. La replica mi giunge inattesa, con marcato accento americano: ”Ah, io non ho più”. Mi cascano le braccia. Ma come non ho più?!? Vorrei chiedere a Gregg se quella bustina l’ha usata lui, se gli è caduta e non se n’è accorto… Ma mi rendo conto che è inutile e non cambierebbe la situazione. Per fortuna una donna che corre alla mia sinistra sente la conversazione e mi offre una compressa delle sue: ”A me non serve più, io esco al trentatreesimo”. ”Grazie, sei un angelo del cielo” sono le parole che mi sgorgano spontanee dal cuore, tra la stanchezza e i dieci chilometri che ancora mancano all’arrivo. Ed eccoci qua, come ogni anno da un po’ di tempo a questa parte, a correre gli ultimi chilometri di una maratona con l’immane fatica di averne già fatti più di trenta ma di non aver ancora finito. Il cervello comincia a dimenarsi come un cavallo imbizzarrito che bisogna domare per non farsi disarcionare. In fondo una bella distanza è già stata percorsa e in un certo senso ti senti contento per aver fatto già molto. Questo è gratificante ma molto pericoloso, perché spinge a farti cedere. In realtà mancano ancora dieci maledetti, durissimi chilometri che, psicologicamente, pesano molto di più dei trentadue lasciati alle spalle. “D’ora in poi si corre solo con la testa” dice uno dei pace maker per farci concentrare. E’ una battaglia lancinante tra il corpo, che urla di smettere, e la mente, che sa di dover raggiungere un obiettivo. In mezzo ci sono io, l’elaboratore che deve gestire questi due vettori che spingono violentemente in direzioni contrapposte. Perché, mi domando. Perché devo arrivare sempre a questo punto? Perché devo combattere questa lotta? Perché non mi ritiro? Perché non mi accontento di fare gare più brevi? Perché non mi metto a correre come tanti così, giusto per il gusto di farlo, per sentirmi in forma e bruciare qualche caloria? Ecco, il cavallo è completamente fuori controllo. Devo recuperarlo, calmarlo, farlo tacere. Altrimenti mi disarciona, e alla fine non arrivo. Recupero lucidità a fatica, mi concentro sull’andatura. Si, perché lo faccio? So darmi una risposta? So che le risposte sono una e centomila, che ognuno ha quella per sé, che nel tempo può anche cambiare. Tra il cielo limpido e il traguardo di Carpi, non più così lontano, dalla polvere di questa battaglia, che alla fine è un percorso dentro se stessi, comprendo che sono qui per dimostrare che sono uno di quelli che non molla mai. E’ una forma di ripasso periodico, di riconferma delle proprie attitudini. Uno sforzo fisico e mentale che ridona forza quando viene ultimato. Una via verso se stessi.Al trentottesimo chilometro sento il passo di Gregg che non tiene più il ritmo. Al quarantesimo lascio i pace maker e mi lancio nello sprint finale. La piazza di Carpi è sempre più vicina, nell’aria si sentono arrivare le parole dello speaker che annunciano il traguardo. Sento le gambe dure, tirate: controllo il cronometro per capire se sto andando forte o se è solo un’impressione. Effettivamente sto tenendo il ritmo della mezza maratona, per cui ho accelerato davvero. Passo davanti all’albergo, so che mancano pochi metri. Ottanta alla piazza, dove arrivo aumentando ancora l’andatura. Cento al traguardo, dopo il quale finalmente mi fermo e blocco il cronometro. Piego la schiena appoggiando le mani sulle ginocchia, finisco i colpi di tosse dovuti allo sforzo. Ho un po’ di nausea. Cerco una panchina libera dove mettermi per recuperare energie e bere con calma. Finalmente seduto, posso controllare il cronometro: battuto di pochi secondi il record personale. Mi aspettano una bella doccia calda e un pranzo coi fiocchi, ma di questa giornata so che mi resterà dentro l’intensità di queste tre ore e cinquantotto minuti.

venerdì 17 giugno 2011

Memorial

Dieci anni fa, una domenica mattina di metà giugno. A quest’ora ancora stavo nel letto della mia casetta da single. Ero andato a dormire tardi ma, nonostante fossi stanco, mi svegliai verso le nove. Ero agitato, una sottile eccitazione mista ad ansia mi possedeva inesorabilmente. Però mi alzai solo quando squillò il cellulare: era Fetoni, vecchio collega di lavoro, che con la solita aria scanzonata mi diceva:”Ahò, qua a Ponte Milvio ce sta già un sacco de gente. Ho pensato subito a te: lo so che te tira più la Roma della fica!”
“C’hai ragione Alessandro...” Come altro avrei potuto rispondere?

Solita colazione da Mondi fino alle 12,30. Appuntamento con Marco per andare insieme ad occupare il nostro posto da abbonati. Tutti che indossiamo la maglia ufficiale, tutti con una bandiera. L’ingresso all’Olimpico è una cascata di emozioni: sole, prato verdissimo e immenso, colori, cori, attesa: una ansiosissima attesa. E’ l’una ma fatichiamo a farci largo per raggiungere il nostro posto. Troviamo anche gli altri: ci sorridiamo, ci abbracciamo, ci uniamo ai cori assordanti che si levano al cielo come una potentissima preghiera che è anche un grido di battaglia che rimbalza nei sotterranei dello stadio, dove i giocatori sono arrivati da poco. Non possono non sentire l’urlo di passione che, come un fiume, inonda oggi le strade della capitale.

Quando escono dal tunnel per verificare le condizioni del terreno, la potenza dei cori sembra volerli spingere in paradiso. Darei dieci anni di vita per provare quello che stanno provando loro. Ognuno di noi si sente vicino a loro. Ognuno di noi, adesso, vorrebbe essere uno di loro. Noi che amiamo quel rettangolo verde abbagliante, nel quale abbiamo letto tante storie, e tante altre ne leggeremo ancora. Noi che amiamo la Roma, in una splendida follia che ci rapisce da qualunque logica.

Noi che il 17 giugno del 2001 siamo diventati Campioni d’Italia.



venerdì 29 ottobre 2010

Amsterdam

Amsterdam ci accoglie in un pomeriggio che sa d’inverno. Nubi basse, pioggia battente. Freddo. Non siamo abituati, in Italia è ancora quasi estate. Pioggia a parte, per correre è meglio così. Sento che mi manchi, per forza d’abitudine e dolcezza di compagnia: I was born, I was born to be with you. Ricordi? Ce lo cantavano i quattro ragazzi di Dublino al concerto, non più tardi di una settimana fa. Quel pezzo ora mi rimbalza dentro, per qualche minuto ancora, fin quando il taxi ci porta davanti all’albergo.

Ripartiamo subito per andare a ritirare pacco gara e pettorali. Giro della città in taxi, un po’ di traffico da weekend e biciclette. Mi assale un certo disappunto nel capire che l’arrivo della maratona è ben distante dal nostro albergo. Pazienza, in qualche modo si farà. Ma già pianifico cosa dovrò portare nella borsa, come mi dovrò vestire, quali ricambi portare. Lo stadio Olimpico, partenza e arrivo, è quello delle olimpiadi del 1928, appena ristrutturato. Ricorda lo stadio della partita del film Fuga per la Vittoria.

Scappiamo dentro dove sono allestiti gli stand espositivi. Capisco che New York, ma anche Roma, sono un’altra cosa, ma quest’anno va bene Amsterdam. Ritiriamo pacco gara e pettorale, aspettiamo inutilmente che spiova. Usciamo nell’umidità, proviamo a rientrare in albergo usando il tram, che sarà il mezzo da utilizzare domenica dopo l’arrivo perché di taxi qui non si vede neanche l’ombra. Azzecchiamo quello giusto e in mezz’ora siamo di nuovo in stanza. Sulla via del ritorno abbiamo adocchiato un ristorante argentino che solletica il nostro appetito. La carne, stasera, va bene. Ai carboidrati dedicheremo il sabato.
Passeggiata digestiva sulle rive del canale del quartiere a luci rosse. Puttane vere, disponibili, in vetrina. Anche belle. Via vai di turisti, a momenti odore di canne nell’aria, qualche bisbiglio di spacciatori si confonde col rumore dei passi della gente. Risate. Umidità. Torniamo in albergo. La notte è per riposare.

Uno sguardo sommario alla guida della Lonely Planet ci consente di stabilire gli obiettivi turistici del viaggio. Sabato mattina, giornata in cui non bisogna affaticarsi troppo, andiamo al museo di Amsterdam, appena due passi dietro la nostra sistemazione. Dal 1300 ad oggi la storia di una città civile, di un popolo che ha imparato a gestire il mare, a cavalcarne le onde, a manovrare i commerci. Con la lungimiranza di comprendere l’importanza del sociale, il supporto alle fasce deboli della popolazione per un più ordinato e stabile benessere di tutta la città. Da questo concetto nacquero orfanotrofi, fondazioni, attività di sostegno agli anziani. Fino all’invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, Anna Frank, la ripresa degli anni successivi, le meraviglie del calcio totale dell’Ajax di Cruijff, i nostri giorni. Bella e brava, Amsterdam.

Pomeriggio a letto in stanza: le gambe devono riposare prima delle fatiche di domani. Un po’ di sonno, TV, Lonely Planet. Stasera si mangia pizza, ma devo risolvere un piccolo problema: trovare un posto dove trasmettano il campionato italiano, la Roma gioca l’anticipo serale. Risolvo alla reception, dove un solerte impiegato mi segnala un ristorante a dieci minuti di cammino dall’hotel, il Satellite Sport Bar. Il nome sembra una garanzia.
Trovato! Mangiamo prima una pizza in un ristorante italiano e poi ci sistemiamo per il dessert davanti ad uno schermo non proprio maxi ma comunque in grado di consentire una buona visione della partita. 2-1 col Genoa, in questo momento di crisi, mi sembra di buon auspicio anche per la gara di domani, mentre i numerosi tifosi del Barcellona festeggiano la loro vittoria in rimonta sul Valencia nella sala attigua.

Al rientro temo di non riuscire ad addormentarmi per la tensione, come mi è capitato sempre nei tre anni precedenti a New York. Ma stavolta sono più rilassato: sotto le coperte e in un attimo cado nell’incoscienza assoluta.

Apro gli occhi un po’ prima della sveglia, fissata per le 6,40. Colazione, abbondante ma non troppo. Ci copriamo e usciamo. Tempo esattamente come da previsioni: molto freddo, poco vento, sole. Un po’ di noia nell’attesa, niente rispetto a New York. E alle 9,30 l’ingresso in pista. Si, perché si parte davvero dalla pista di atletica dello stadio, suddivisi in cinque scaglioni. Musica a tutto volume dagli altoparlanti, cielo terso e, incredibilmente, senza nuvole. Aria di festa. Partenza. Transito dal via e attivo il cronometro, il mio compagno fedele nelle prossime ore. Adocchio i pace maker col palloncino giallo: se non li mollo tra meno di quattro ore sarò di nuovo qui. Usciamo dallo stadio, la gente assiepata alle transenne applaude mentre i top runners partiti prima di tutti già volano sul percorso a venti chilometri all’ora, ciclomotori dalle sembianze umane a zero emissioni.

Ho paura dell’allergia, che mi ha infastidito dall’inizio dell’anno. Confido nell’aria fresca e più pulita di quella di Roma. E nella soluzione fisiologica che ho portato nella cintura che contiene maltodestrine. Si corre per parchi cittadini. Alberi ancora verdi. Rotaie di tram che oggi hanno deviato i loro percorsi abituali. Gente alle finestre, qualche sporadico applauso. Qualcuno incespica e cade, rialzandosi a fatica.

Per diversi chilometri il percorso segue il canale del fiume Amstel. Stretto, controsole. Verde scintillante, tutt’intorno prati a perdita d’occhio. Alla mia destra una splendida villa, solitaria, finestre a giorno. Davanti all’ingresso una fuoriserie che sa di soldi solo a guardarla. Provo a chiedermi chi possa vivere in un posto così, mentre sento le gambe un po’ ingolfate. Sto andando piano, l’andatura lenta mi stanca e mi fa dubitare dell’esito finale. Mi chiedo se non sia il caso di superare i pace maker. Ma siamo già al 22° chilometro e a questo punto penso che sia più ragionevole giocare fino in fondo la strategia del segugio: li pedino fino in fondo, comunque fino a quando le gambe riusciranno a stargli dietro. In teoria, andando piano ora, dovrei risparmiare quelle energie che in passato mi sono sempre venute a mancare nel finale.

Sulla destra, in lontananza nel risalire il corso dell’Amstel, vedo una struttura architettonica moderna. Sportiva. Capisco che si tratta dell’Amsterdam Arena, lo stadio dell’Ajax. Penso che il calcio non ti abbandona mai… Ma adesso è importante che io non abbandoni i pace maker, che non perda di vista i palloncini gialli che rimbalzano una ventina di metri davanti a me. Lasciamo il fiume, siamo intorno al 25° chilometro, comincio a monitorare lo stato delle mie gambe: il crollo, dopo il 30°, è sempre dietro l’angolo. Ai rifornimenti, per non mollare i pace maker, bevo velocemente camminando solo qualche passo e riprendo immediatamente a correre. Li maledico, vorrei riposarmi un po’, vorrei bere più acqua. Ma ho fatto una scommessa e non li mollo: non li farò uscire dal mio campo visivo. Almeno è quello che mi auguro.

Al 32° chilometro prendo l’ultima bustina di maltodestrine. Sapore d’agrumi dolciastri, benzina per i miei muscoli che cominciano a lamentarsi ma tengono un ritmo costante, lasciandomi piacevolmente sorpreso. Temo il calo da un metro all’altro, l’affacciarsi della famosa crisi, l’avvento del terribile muro. Ma quest’anno non è così. 33°, 34°, 35°. Controllo il cronometro, sono a ritmo costante da inizio gara. Il calo non c’è ma ne ho ancora paura. Al 37° passiamo sotto un ponte, la risalita temo che possa tagliarmi le gambe. Invece no, vado avanti, avanti ancora col passo costante, tutta pianura che non mi fa perdere il ritmo. Persone di tutte le età, di tutti i pesi mi si parano davanti senza riuscire a tenere il mio passo. Penso che stavolta ce la posso davvero fare.

Poco prima del 40° rientriamo dentro Vondelpark. D’improvviso sento una voce maschile dietro di me, potente, da tenore. Canta vigorosa. Mi giro a fatica ma non riesco ad individuare il tizio che, dopo 40 chilometri, riesce non dico a parlare ad alta voce, ma addirittura a cantare. Per giunta intonato. Quella melodia mi sembra familiare, presto attenzione alle parole di cui carpisco quelle finali:”…and you’ll never walk alone!”. Capisco… Inno del Liverpool, oggi pomeriggio c’è il derby con l’Everton. Emozionante. Alzo le mani (che fatica) e applaudo: quel tipo se lo merita.

Guardo il cronometro: mancano poco meno di due chilometri all’arrivo e sono tre ore e 49 minuti che corro. Ce la posso fare. Ce la devo fare. Saluto e ringrazio i pace maker, li supero. Se voglio essere sicuro di arrivare sotto le quattro ore non posso permettermi di rischiare niente. In fondo le gambe vanno ancora, tengono il ritmo anche se la fatica ora è maggiore. Devo aggrapparmi a qualcosa per non cedere, qualcosa che mi emozioni, che mi sappia spingere oltre la soglia della stanchezza, che dia al mio cervello un’ultima scarica positiva che mi porti al traguardo. Penso a loro, che pochi giorni fa ho rincontrato nel mio stadio Olimpico, che mi hanno riempito l’anima con le loro canzoni. Penso ai quattro ragazzi di Dublino, ricordandomi che, prevedendo un momento in cui avrei dovuto stringere i denti, mi ero ripromesso di sostenermi ripensando al loro concerto. Ecco, il momento è arrivato: le vostre canzoni mi aiutino, mi diano energia, mi supportino in questo sforzo finale, in questa corsa contro il tempo che non voglio perdere per niente al mondo.

L’impulso parte dal cuore, arriva al cervello, corre verso le gambe. Davanti a me la vista dell’ingresso allo stadio è reale, invitante come una promessa. Provo l’ultimo sprint, senza eccedere per paura di infortunarmi. Corsia esterna della curva, persone superate, rettilineo finale. Ogni sorpasso è una posizione in più in classifica, un secondo in meno sul traguardo. Che arriva. Aspetto a stoppare il cronometro fino a quando ho superato i tappetini con gli strumenti di rilevazione del tempo. “E andiamo!” mi scappa ad alta voce, rabbia e soddisfazione, voglia di celebrare quel 3:59 che da oggi si affianca indelebile al mio nome mentre un gesto grintoso del mio braccio accompagna i miei ultimi metri di corsa che si sciolgono in cammino.

venerdì 8 ottobre 2010

Magnificent

Primavera dell’87. Eravamo giovani, con imminenti traguardi da raggiungere e nuovi mondi da esplorare: l’esame di maturità, l’università, nuovi amici. E poi l’amore, il sesso...

A quei tempi il salone di una palazzina affacciata sul traffico sempre intenso di Corso Francia si trasformava occasionalmente in una piccola sala di registrazione, dove quattro amici sgangherati martellavano canzoni su chitarra, basso e batteria. Prima ancora che ascoltando la radio, o vedendo clip su VideoMusic, fu così che conobbi gli U2. Quando i pomeriggi di aprile languivano nei loro riflessi assolati e la voglia di studiare mi abbandonava in maniera inversamente proporzionale alla necessità di vivere, uscivo di casa e mi dirigevo verso quel posto dove sapevo che, anche senza preavviso, interrompendo l’esecuzione di qualche brano, qualcuno sarebbe venuto ad aprirmi. Mi accomodavo su una poltrona e osservavo, ascoltavo. Mi venivano somministrate dosi massicce di War, October e The Unforgettable Fire, con richiami insistiti di Sunday Bloody Sunday, New Year’s Day e Pride. Quella musica, maldestramente replicata, portava con sé qualcosa di appassionato, profondo e intenso. Qualcosa che si appiccicava addosso e non andava più via.

Quando la Orbis mise in vendita i biglietti per il concerto che gli U2 avrebbero tenuto al Flaminio il 27 maggio, il loro acquisto fu l’inevitabile epilogo di quei giorni di primavera. Ci muovemmo in direzione dello stadio verso le 18,30 e, una volta trovato un parcheggio di fortuna, varcammo i cancelli e occupammo un posto sul prato. L’erba era già stata calpestata a sufficienza per sprigionare il suo tipico profumo di terra umida. Per far tacere la coscienza, nella borsa che portava i panini, avevo messo anche il manuale di storia: non sapendo come passare il tempo, l’ultimo modo per ingannare l’attesa poteva essere quello di ripassare il testo che dovevo studiare per l’esame di maturità. Ovviamente si trattava davvero della soluzione limite, perché ce n’erano di decisamente migliori da praticare, si trattasse dello scouting di belle ragazze che erano nei dintorni o dell’ascolto dei gruppi spalla della serata (i Modena City Ramblers e i Pretenders).

Quando le luci della sera cominciavano ad aver ragione di quel mercoledì, le sagome degli alberi del Joshua Tree National Park apparvero ai lati del palco, che iniziò a vibrare, precedendo di qualche secondo l’ingresso di Bono & C., che attaccarono subito con una versione di Where the Streets Have No Name resa dirompente dalla partecipazione oceanica del pubblico del Flaminio. Lo stadio esplose, un mix devastante di decibel ed energia, un’onda d’urto micidiale che assalì i monti Parioli facendo temere ai suoi abitanti un improbabile terremoto. Io ero lì, membro di un equipaggio che trasportava emozioni di intensità tendente a infinito, ignaro di assistere a un evento che mi sarebbe rimasto dentro per sempre. Un equipaggio che era una cosa sola col suo condottiero, capace di catalizzare le emozioni e le aspettative migliori di una generazione a metà tra il ’68 e il 2000. E quindi Pride, Bad, New Year’s Day, Running to Stand Still, The Unforgettable Fire. Si potrebbe dire, col senno di poi, All That You Can’t Leave Behind…

Negli anni a venire sono andato a vedere i concerti degli U2 ogni volta che sono tornati in Italia: a Milano nel ‘92, di nuovo a Roma nel ‘93, nel ‘97 e nel 2005. Ma è per l’eco di quel 27 maggio dell’87 che ancora oggi compro i biglietti per tornare allo stadio a sentirli cantare. I dischi successivi, pur mantenendo quasi sempre livelli musicali eccellenti, non hanno più raggiunto il tasso epico di The Joshua Tree. Quando domani sera gli U2 saliranno sul palco circolare di questo nuovo Tour, ogni canzone segnerà un parte del cammino dei miei ultimi ventitre anni. Certamente sarà un’emozione, una serie di emozioni, un film a puntate mischiate alla rinfusa. Persone, cose, eventi, luoghi lambiranno come onde imbizzarrite il bagnasciuga della coscienza nella quale rimane, saldo e inamovibile, lo stadio Flaminio in quella sera del 27 maggio del 1987. Un posto magico, incantato, raggiungibile solo attraverso i sentieri dell’anima.
Un posto dove le strade non hanno un nome.

martedì 5 ottobre 2010

Diego Forlan

Nome da astro del football, cognome veneto. Volto da predestinato, perché con quello sguardo avrebbe potuto essere l’eroe di innumerevoli film d’avventura, il tennista con la volèe incrociata sforbiciata dopo il servizio. Uruguagio di Montevideo, icona vincente della squadra perdente di Madrid, Diego Forlan, classe 1979, è stato nominato miglior giocatore del Mondiale in Sudafrica. I parrucconi della Fifa non hanno fatto altro che prendere atto di quanto i campi un po’ rattrappiti dal freddo di Johannesburg e dintorni hanno evidenziato nelle quattro settimane della rassegna più importante per gli amanti del pallone. In un torneo dove le attese erano rivolte verso l’Argentina di Messi, l’Inghilterra di Rooney, il Brasile di Kakà, l’unico riuscito a rubare la scena e ad erigersi come vero protagonista della manifestazione è stato lui, il capitano della nazionale uruguaiana. Superando il magma indistinto della forza del collettivo, delle dichiarazioni dei mister preparate dagli uffici stampa, degli schemi conosciuti da qualsiasi allenatore che livellano i valori mettendo in bilico ogni pronostico, Forlan ha saputo imporsi grazie al talento che ha messo a disposizione dei suoi compagni, diventando il loro condottiero. Di questo giocatore, arrivato all’apice della carriera in età matura, se ne ripercorrono oggi gli inizi quando, ancora ragazzo, sembra che decise di diventare un futbolista per garantire alla sorella, colpita da un grave incidente, le migliori disponibilità economiche per curarsi. Diego, all’epoca, era anche un promettente tennista ed in effetti, a vederlo oggi, gli appassionati della racchetta potrebbero facilmente confonderlo con Vitas Gerulaitis, californiano di origini greche che calcò i campi in terra rossa negli anni settanta. Poi il Manchester United, dove fece la sua parte senza però convincere Alex Ferguson a considerarlo un tassello fondamentale. Infine l’Atletico Madrid di cui è diventato capitano e simbolo, portandolo con una strepitosa doppietta alla vittoria dell’Europa League giusto qualche settimana prima dell’inizio dei Mondiali sudafricani.
Che calciatore è Diego Forlan, il capitano della celeste? Un attaccante completo, capace di spaziare su tutto il fronte offensivo. In nazionale come nell’Atletico Madrid non occupa mai una posizione fissa: esterno destro, trequartista, centravanti, seconda punta in relazione alle esigenze della gara e alle caratteristiche degli avversari, interpreta il ruolo con la massima intelligenza. Capace di smarcarsi, occupare gli spazi giusti, rifinire, dettare il passaggio, tirare in porta da ogni posizione, colpire di testa, calciare le punizioni. Un giocatore di gran cuore, generoso, rispettoso dei compagni meno dotati che gli coprono le spalle, disponibile a raggiungere un obiettivo comune. Quell’obiettivo che da il senso all’esistenza di una squadra e al suo stare insieme. Forlan traduce tutto questo sul campo con la sua chioma bionda, fluente il giusto, che ne accompagna il passo, lo sguardo rapace, la testa alta nei momenti decisivi. In lui si compiono l’attesa dei compagni e la gioia dei connazionali. Talvolta, nell’osservare il suo incedere, viene spontaneo avvicinarlo a Mario Kempes, l’eroe argentino del Mundial del 1978.

mercoledì 7 luglio 2010

Ogni benedetta domenica

Domenica,
quanta dolcezza fai vivere in te.
Voglia di correre, di soffrire,
di scaricare rabbia nella stanchezza del gioco:
voglia di incontrare, tra spettatori ignoti, il viso di persone amate,
di vivere la gioia in un momento di esaltazione.

Così ogni domenica, ad inseguire un obiettivo che si dilata nella costanza,
che mi lega ai ragazzi che mi corrono intorno,
veloci, alcuni aggraziati nei loro movimenti da mezze punte a sostegno dell’attacco,
altri pesanti negli interventi e nelle loro proteste.
In mezzo a loro, con tanti anni più di loro, mi compiaccio della lotta,
mi affanno, spingo, prendo calci restituendo gomitate,
urlo perdendo respiro prezioso.

Così, ogni benedetta domenica, ricevo giovinezza in cambio d’esperienza,
assorbo energia per raccontare storie.
Storie scavate tra vene ingrossate di fatica, centrimetri di pelle cicatrizzati sotto i ferri,
corse senza fine che un giorno finiranno.

Tu, seduta, osservi,
distrattamente lontana, in attesa di quel triplice fischio che non sembra mai arrivare.

lunedì 16 novembre 2009

New year's day

Capodanno 2000: il millennium bug aleggia sull´umanità, antesignano delle pandemie virali del ventunesimo secolo. La minaccia dell´azzeramento dei dati delle nostre memorie, ormai affidate in piena sicurezza solo ai computer, non mi impedisce di organizzare un capodanno come si deve. Destinazione: Monaco di Baviera. Obiettivo: Eva Heinze.
Conosciuta in un weekend di metà ottobre, Eva mi ronza in mente da due mesi, nei quali sono faticosamente riuscito ad instaurare un intreccio di comunicazioni via email che, oltre a migliorare la mia padronanza della lingua inglese, mi hanno portato ad organizzare questo capodanno oltralpe. Da quel sabato notte in discoteca, Eva danza come un capriolo lontano sulle cime dei miei desideri. Alta, bionda, sinuosa, simile ad un´amazzone volteggia nella mia posta elettronica come una benedizione di luce negli affanni della giornata.
A fine dicembre parto. Per stare quattro giorni a Monaco carico la macchina fino ad appiattire le sospensioni: tuta da sci per eventuali escursioni sulle piste, maglioni pesanti, scarpe, scarponi, scarpini da calcio ("If you like, my friends will organise a football match on New Year´s Day" mi aveva comunicato in una delle nostre corrispondenze elettroniche), camicie, pantaloni eleganti e sportivi per essere pronti a qualsiasi invito. Nove ore da casello a casello, ripassando la storia del rock dagli anni settanta ad oggi.
L´appuntamento è in Marienplatz sotto il balcone dove i giocatori del Bayern Munchen "greet the people after winning the Bundesliga" mi aveva scritto Eva nell´ultima email. Lascio la macchina e mi avvio a piedi verso il luogo indicato: Monaco mi appare bellissima sotto il manto bianco della neve caduta nella settimana di Natale. Devo inforcare gli occhiali da sole per evitare il riverbero di un cielo blu cobalto che pensavo fosse solo un´invenzione delle cartoline per i turisti di passaggio. So che i tedeschi sono puntuali, per cui mi avvicino a passo spedito verso il balcone. Eva è lì che mi aspetta e appena mi riconosce in lontananza sorride e mi saluta agitando verso l´alto la mano destra.
"Hi Paolo, this is my boyfriend, Luca."
"Ciao Paolo! Finalmente un italiano con cui scambiare due chiacchiere come si deve."